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Dicono di noi

stralcio da D di Repubblica donne

Noi che abbiamo vissuto il mobbing

Il mobbing è un atto di violenza consapevole, una vessazione che scava nell’autostima e nella gioia di vivere trasformando il lavoro in un incubo. Le donne, per varie ragioni, in Italia e nel resto del mondo sono le più colpite. Tracciare una mappa del fenomeno è difficile ma ci proviamo con gli esperti. E poi vi proponiamo alcune testimonianze di donne che raccontano la loro esperienza

di Sara Ficocelli

Il mobbing è un atto di violenza consapevole, una vessazione che scava  nell’autostima e nella gioia di vivere come una goccia corrode la  roccia, giorno dopo giorno. Trasformando il posto di lavoro in inferno e  il lavoro in un incubo. Le donne, per varie ragioni, in Italia e nel  resto del mondo sono le più colpite. Tracciare una mappa del fenomeno è  difficile, perché estremamente sfaccettato, e la legislazione italiana,  deficitaria dal punto di vista della tutela, non aiuta a inquadrarlo né a  contenerlo. Facciamo il punto. LE DONNE LE PIU’ COLPITE Stando all’ultimo monitoraggio dell'Ispesl, Istituto per la prevenzione e la sicurezza del lavoro che sul mobbing ha aperto un centro d'ascolto, nel nostro Paese sono circa un milione e mezzo i lavoratori vittime di questa vessazione. Il problema è più diffuso al nord (65 per cento) e, come già detto, colpisce maggiormente le donne (52 per cento). Il 70 per cento delle vittime lavora nella pubblica amministrazione, con una produttività che mediamente, in seguito ai primi episodi di violenza, cala del 70 per cento. Tra le categorie più esposte gli impiegati (79 per cento) e, tra questi, i diplomati (52 per cento) e i laureati (24 per cento). Nell’Unione europea le vittime sono circa 12 milioni e in testa troviamo Inghilterra, Svezia, Francia, Irlanda e Germania. L’Italia, una volta tanto, non sta sul podio dei “peggiori”. “Nel nostro Paese" spiega Fernando Cecchini dello Sportello Disagio Lavorativo-Mobbing INAS CISL, "il 23,5 per cento dei lavoratori dichiara di aver subìto almeno una volta forme di sopruso o persecuzione da parte del datore di lavoro. E, secondo l’ultimo rapporto Eurispes, i superiori restano i principali responsabili (87,6 per cento) ma spesso l'aguzzino è un collega (39,2 per cento). Si tratta del cosiddetto “mobbing orizzontale o trasversale” che, attraverso atti o pratiche dei pari grado, tende a isolare il lavoratore”. Nel libro Come il mobbing cambia la vita (FerrariSinibaldi, 2012, 230 p.), Cecchini dedica molto spazio alla situazione delle donne, che rappresentano il 51,8 per cento dei lavoratori mobbizzati da lui intervistati nel corso dell’indagine. “Va tenuto presente – spiega - che la percentuale femminile nel mondo del lavoro ammonta a circa il 30-35 per cento, per cui, in assoluto, le lavoratrici sono le più colpite. Tra gli impiegati di azienda la differenza è più netta: abbiamo un 38,5 per cento di uomini contro un 61,5 di donne, dato da cui si evince quanto queste, nel privato, siano maggiormente costrette a sopportare violenze di ogni tipo, per via di una possibile maternità presente o futura o di probabili impegni familiari”. “Solo nella scuola" spiega Gianni Favro presidente del Movimento Nazionale contro il Mobbing ai Lavoratori Onlus (movimentocontromobbing.blogspot.it), "si contano 75mila docenti mobbizzati a causa dell’autonomia scolastica avvenuta dal 1999/2000 e a causa dello strapotere dei dirigenti. La cronaca ormai è piena di casi di suicidi. E’ un fenomeno in crescita difficile da valutare perché l’austerità crea situazioni di disagio all’interno delle aziende, le quali devono risparmiare e trovano nella tattica del mobbing il sistema per licenziare/espellere i lavoratori con una selezione discriminante”. Ad essere vessati sono, principalmente, i soggetti più deboli, quindi le donne incinte o che hanno famiglia numerosa e i disabili. “Spiace dirlo" continua Favro, "ma questi soggetti vengono presi di mira con tecniche appropriate al fine di indurli a licenziarsi da soli, perché esasperati da un clima di disagio creato ad hoc. Il fenomeno è duro da valutare perché difficile da denunciare o far emergere: oggi avere un posto di lavoro è una vera fortuna e, anziché far venir fuori la situazione, il lavoratore o la lavoratrice preferisce sopportare”. Le donne mobbizzate, spiega ancora Favro, sono in numero maggiore rispetto agli uomini perché quelle in maternità, ad esempio, rappresentano un peso per l’azienda, quasi tutte stanno a casa quando i figli si ammalano, e più ne hanno e più creano danno con le assenze. Rispetto agli uomini, poi, sono molte di più le donne che usufruiscono delle agevolazioni previste dalla legge 104/92 per la cura dei disabili, quindi sono loro, di solito, a occuparsi di familiari gravemente ammalati e le assenze, di massimo tre giorni al mese, danno fastidio. DANNI PSICOLOGICI, FISICI, FAMILIARI La persona mobbizzata si trova chiaramente in una situazione di sofferenza e in questo stato vive tutta la propria vita, dalla mattina alla sera. Il suo dolore si riflette in tutti gli ambiti del quotidiano, dalla famiglia ai figli alle amicizie ai rapporti sessuali al lavoro. A tutto questo, poi, si aggiungono patologie di natura psicologica e fisica. “Il lavoro – continua Cecchini - non solo soddisfa i bisogni economici ma dà uno status socialmente riconosciuto ed apprezzato e consente all’individuo di esprimersi in ciò che sa fare. Nelle situazioni di mobbing l’impiego professionale diventa invece fonte di grandi sofferenze che portano, in genere, a trasformazioni durature del sé. Il mobbizzato è costretto a subire continue ferite, è esposto in azienda a fenomeni di prepotenza o discriminazione, può essere oggetto di ricatti in funzione di molestie sessuali, può subire atteggiamenti persecutori e impedimenti alla carriera a causa della maternità, è dequalificato, deve cambiare radicalmente lavoro con perdita di professionalità e di esperienza, a volte è lasciato inattivo, inoperoso, senza far nulla, altre volte viene isolato dai colleghi; in alcuni casi gli viene chiesto di andare in pensione anticipatamente, in altri può avere grosse difficoltà finanziarie per spese mediche e legali o è costretto a chiedere aiuto economico al partner sentendosi un peso”. La salute, da tutto questo, esce gravemente danneggiata e la vittima di mobbing può accusare serie patologie e, pur curandosi, non riuscire a uscirne fuori. Dopo un duro e costoso percorso legale, molti scoprono che la legge non è uguale per tutti e questo contribuisce a maturare un profondo senso di fallimento, accompagnato da un intenso sentimento di vergogna, spesso negato. “Per fortuna – continua Cecchini - alla fine, superato il momento critico, che può condurre al suicidio, se ne esce. Si abbandona il posto di lavoro, si va in pensione, si smette di lavorare, cambiano le situazioni in azienda o si agevola o si accetta un trasferimento e si ritrovano condizioni di vita normali. Ma tutto questo lascia chiaramente il segno”. CAMPANELLI D’ALLARME Gli indizi che rilevano una situazione di mobbing, spiega l’esperto, sono facilmente individuabili e il test “classico” è quello che sottopone il lavoratore a queste domande semplici e dirette. Una o più risposte positive, spiega Cecchini, rivelano una situazione sospetta. -Sei discriminato? -Ti senti spesso depresso? -Anche i colleghi ti evitano? -Sul tuo lavoro ricevi sempre commenti negativi? -La mattina senti il rifiuto di recarti al lavoro? -Ti domandi cosa sta succedendo, cosa puoi fare? -Il capoufficio è scostante e ti tratta con sufficienza? -Nessuno t’invita durante la pausa del caffè o di mensa? -Ti vengono affidati lavori dequalificanti o senza senso? -Quando entri in una stanza la conversazione s’interrompe? -Con puerili motivazioni vieni escluso dalle riunioni aziendali? -Da qualche tempo in ufficio noti strani atteggiamenti nei tuoi confronti? COME REAGIRE Chi pensa di essere vittima di mobbing deve assolutamente rivolgersi a uno sportello ad hoc. “Gli incontri per sostenere chi chiede aiuto" continua Cecchini "possono essere 3 o 4 ma non esistono limiti di contatti così come non esistono limiti di tempo”. Nei centri di ascolto e presso le sedi delle varie associazioni, la vittima viene innanzitutto ascoltata, poi sottoposta a incontri telefonici o in video conferenza per farle capire che non è più sola. A tutti vengono date indicazioni per ricomporre e ordinare le prove e un’agenda dei fatti per raccogliere testimonianze che saranno poi poste al giudizio di un giudice qualora si voglia proporre ricorso o in caso di conciliazione. “Importantissima" spiega ancora Favro, "è la valutazione e la documentazione medica a favore del lavoratore, per comprovare l’eventuale danno biologico e il risarcimento. Il danno biologico (malattie e disabilità psicologiche) è causa di risarcimento. È difficoltoso anche dimostrare queste malattie poiché non sono sanguinanti quindi poco visibili: se anche i mobbers (datori di lavoro, superiori o colleghi del lavoratore) potessero essere coscienti del male che fanno, probabilmente si asterrebbero da tali pratiche”. Una volta pronta la documentazione, il lavoratore può rivolgersi agli avvocati convenzionati o a legali sia per un tentativo di conciliazione che per il ricorso al giudice del lavoro. La paura principale, per la vittima, è la perdita del posto, quindi del sostentamento di vita. Poi c’è il terrore della solitudine, la possibilità che non venga riconosciuta la condizione di disagio e malessere, la rabbia per non essere stato tutelato adeguatamente dal datore di lavoro (ai sensi dell’art. 2087 del Codice Civile). Rabbia che talvolta è rivolta anche a quegli avvocati che non conoscono la tutela dal mobbing e a qualche giudice che non comprende la gravità della situazione. E, infine, vi è un’ulteriore paura: la perdita degli affetti. Il mobbizzato è irascibile, sempre concentrato sul proprio problema, distaccato. I familiari ne risentono immediatamente. La vittima tende anche a darsi delle colpe e a isolarsi. Le relazioni amicali e la vita di società ne risentono. NON ASPETTARE CHE SIA TROPPO TARDI “Purtroppo" continua Favro, "quando un lavoratore si accorge di essere mobbizzato è troppo tardi, ha già patito e sopportato delle situazioni vessatorie e il mobber ha già attuato la sua strategia in forma avanzata. Quindi, quando la vittima chiede aiuto, troppe volte è difficile conciliare e/o risolvere la situazione. Altra cosa sarebbe se alle prime avvisaglie egli trovasse chi lo aiuta disinteressatamente o se venissero attuate tutte le norme di tutela previste, come l’intervento del medico d’azienda o del consigliere di fiducia. Naturalmente il mobber ha tutto l’interesse a negare al lavoratore queste forme di protezione e gioca sulla sua inesperienza e disinformazione”. Sono pochissimi, continua Favro, coloro che hanno letto almeno una volta il Contratto Nazionale di categoria o integrativo e che conoscono il Codice Disciplinare. Non per niente, l’Italia è stata sanzionata più volte sulle norme della sicurezza. Nonostante il D. Lgs 81/08, che ha sostituito il D. Lgs. 626/94, sono pochissime le strutture in regola: è chiara e lampante la negazione del diritto di difesa. E naturalmente il lavoratore non troverà appoggi e testimonianze dai colleghi che hanno paura di ritorsioni e a volte ritrattano anche in tribunale le loro dichiarazioni. TESTIMONIANZE ... Anna, 38 anni “Lavoravo nel settore del turismo. L'azienda iniziò a farmi mobbing dopo alcuni mesi dalla mia comunicazione di una seconda gravidanza, con una scusa banale: una contestazione di uso improprio del computer aziendale, cosa dimostrata non vera. Dopo il parto, quando sarei dovuta rientrare, mi obbligarono a prendere tutte le ferie a disposizione anche se non era assolutamente obbligatorio e avrei potuto usufruirne all'occorrenza, visto che avevo un bimbo di pochi mesi. Al rientro, stabilito da loro, mi allontanarono dagli uffici, posizionando la mia scrivania nel retro di un archivio, togliendomi ogni ruolo e ogni mansione. Sulla carta avevano "creato" un ruolo ad hoc per me, ma nel concreto quel lavoro non esisteva. Lì sono stata per due anni, senza fare quasi nulla. Non avevo nel luogo di ultima destinazione rapporti con molti colleghi, se non un paio. Quelli che incontravo nei paraggi dell'ufficio mi ignoravano. Fin da subito mi venne una forte depressione che mi costrinse a psicofarmaci e a visite periodiche con psichiatri specializzati. Feci anche un percorso di 6 mesi con il centro antimobbing della mia città. Le giornate erano lunghe, interminabili. Per quanto volessi impegnare la mente, dedicarmi ai miei bambini, lo sconforto, l'ansia e la solitudine la facevano da padrone. Tutta la mia vita sociale era cambiata. A casa il mio nervosismo lo percepivano e ne risentivano specialmente i miei figli. Evitavo di uscire con amici perché puntualmente si finiva a parlare di lavoro e la cosa non mi faceva stare bene. Sentirsi poi dire frasi del tipo "che t'importa, quello che conta è che ti paghino", mi feriva più di ogni altra cosa, perché era la dimostrazione che nulla e nessuno avrebbe mai compreso il mio stato d'animo. Decisi subito di ribellarmi. Provai per circa 9 mesi a trovare un accordo con la mia azienda, a ricevere motivazioni, ma quando capii la loro totale chiusura, gli feci causa e ad oggi è ancora in corso. Nonostante tutto, non ho mai sentito di potercela fare. Mi hanno mandata via, la causa di mobbing è ancora in alto mare e sto per iniziare quella per il licenziamento. Credo che un'esperienza del genere sia, e resti, una violenza psicologica molto forte. La cicatrice c'è e resterà per sempre. A seguito di questa esperienza ho anche creato un forum, Mobbingdonna (www.mobbingdonna.it), che ho deciso di aprire gratuitamente l'8 marzo del 2012. L'ho fatto perché nelle lunghe giornate di inattività lavorative avrei voluto tanto qualcuno con cui parlare, ma un qualcuno che mi capisse e, purtroppo, solo chi ha vissuto o sta vivendo la tua stessa tragica esperieza può farlo. Mi ha aiutato a non sentirmi più sola. Tante sono state le persone, donne e uomini, che mi hanno scritto, che mi hanno chiesto consigli, moltissimi però in privato, forse per paura. Spero che anche qualcuno di loro in qualche modo si sia sentito meno solo”. ...